PIER GIOVANNI GUZZO
Accade di frequente che di realtà antiche, la cui certezza documentano le fonti letterarie, nulla risulti alle ricerche svolte sul campo dagli archeologi. Così come di ritrovamenti riportati alla luce con paziente e lungo lavoro oppure grazie ad una fulminea ed inaspettata scoperta può accadere che nulla di riferimento si riesca ad identificare negli antichi scritti. Questi ultimi e i prodotti materiali antichi, sia già noti sia ancora da scoprire, non rappresentano la totalità del mondo antico. Distruzioni e abbandoni si sono susseguiti da quando i nostri progenitori lontanissimi hanno fatto, o hanno scritto, qualcosa che documenti la loro cultura. Casualità e parzialità hanno caratterizzato la scoperta dell’Antico, sul versante letterario e su quello archeologico. Basti pensare a quanto ancora oggi si scopre, sotto le onde del mare e sotto il livello della terra; e quante informazioni si aggiungono a quelle già possedute sia nella lettura di nuovi papiri sia in una nuova, e diversa, interpretazioni di testi già noti.
E’ per i motivi fin qui accennati che ogni nuovo studio su realtà antiche delle quali, finora, non si è riusciti ad integrare i due versanti documentari, quello letterario e quello archeologico, è da considerarsi benvenuto: ed utile a a conformare più compiutamente un’ideale ricostruzione, comunque condannata alla parzialità, della antichità. Lacuna che si fa quasi onnipresente quando si tratta di realtà organiche: la conservazione delle quali non è riuscita a superare l’edacità dei millenni trascorsi da quando essi furono manipolati da uomini fino ad oggi, quando altri uomini li vorrebbero conoscere il più compiutamente possibile. Solamente in particolari condizioni di seppellimento i prodotti più fragili dell’antica maestria del fare, eppure allora tanto frequenti a giudicare dalle fonti letterarie, hanno potuto giungere fino a noi. Costanti temperature assai basse hanno portato ad un lungo congelamento di quei manufatti; oppure temperature al contrario caldissime in clima secco hanno sortito lo stesso risultato, così come il seppellimento sotto i lapilli e i fanghi vulcanici che hanno distrutto Pompei ed Ercolano. Ma, ove non si siano verificate condizioni di conservazione del genere, ben raramente e solo ijn minuscoli frustali sono giunti fino a noi tessuti, legni, intrecci vegetali.
Sorte non diversa hanno incontrati i testi letterari antichi: l’incendio della biblioteca di Alessandria ne ha distrutti a migliaia, copie dei quali non sempre si trovavano anche a Pergano e a Roma. La copiatura intrapresa nel Medioevo di quanto ancora si leggeva e veniva ritenuto utile da tramandare ha ridotto ulteriormente la conservazione degli antichi scritti. L’incendio di Bisanzio causato dalla conquista crociata finì di annientare quanto vi si conservava: e a tali immani annichilamenti non furono in grado di porre rimedio le traduzioni arabe di testi greci e latini né i codici portati con sé a Venezia dal cardinal Bessarione.
Dell’arte antica di scrivere, di poetare, di comporre trattati e manuali rimangono per noi pagine disperse: anche se sufficienti a farci rimpiangere in maniera motivata quanto di essa non conosciamo più, e probabilmente per sempre.
In questo studio il punto di partenza è proprio rappresentato dalle disperse pagine che tramandano della raffinata tecnica di tessitura della fibra prodotta da un mollusco, così da ricavarne un tessuto detto bisso. Ancorché disperse, le menzioni letterarie autorizzano a ritenere sicura una produzione del genere, forse in specie a Taranto. Ma, come di frequente avviene, nulla di materiale, di archeologico ci permette finora di ricostruire con maggiore ricchezza di dettagli, utilizzando un diverso angolo di illuminazione così da far risaltare con più viva evidenza la realtà, quegli antichi prodotti.
Ma gli Autori che si sono immersi in questa ricerca, così come in antico facevano i pescatori di quel prezioso mollusco, non si sono arresi. E all’evidenza archeologica mancante hanno surrogato quella antropologica: ricostruendo la realtà del bisso antico su quella a noi contemporanea. Di quest’ultima, con passione e partecipazione emotiva quasi pari all’acribia e alla tenacia, hanno riunito ed analizzato quanto ancora di vivo si conserva in Sardegna.
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