
Torniamo al bisso?
Il professor Attilio Cerruti effettuò nel 1938, con fondi del CNR, la ricerca sull’accrescimento di Pinna nobilis L., da cui il bisso si ricava, a partire dagli stadi giovanili dell’animale raccolti nella zona di San Vito, ed inseriti in cassette di legno da collocare nell’ambito dell’allora esistente “zona sperimentale” in Mar Piccolo. Primi tentativi di avvio di una “Pinnicoltura”? Sta di fatto che lo stesso Cerruti presto abbandonò tale ricerca, non sappiamo se per carenza di ulteriori fondi, se per contrasti locali, per lo scoppio della guerra o per oggettive difficoltà insite in quella stessa ricerca, non avendosi allora approfondite conoscenze del ciclo vitale dell’animale. Quel che subito occorre dire è che come prodotto alimentare il mollusco riscuote in genere scarso interesse (...in Puglia solo i salentini ne sono buoni estimatori), sicché la sua pesca era finalizzata soprattutto all’asportazione del bisso per il suo utilizzo tessile. Era, perché oggigiorno la presenza di tale mollusco nei nostri mari si limita a pochi esemplari, nelle zone in cui un tempo era più consistente. La stessa rarefazione dipende probabilmente da condizioni ambientali compromesse oggi rispetto a quelle di un tempo, ma anche dalla distruzione a causa dell’uso di attrezzi di pesca radenti i fondali. Ciò nondimeno non è da escludere che si possa avviare con le tecniche moderne di acquacoltura una certa attività produttiva a carattere sperimentale di quest’animale. Ovviamente ci si chiede perché farlo e se conviene farlo. Forse una risposta la troviamo se consideriamo altri possibili utilizzi ed applicazioni del bisso che non siano quelle tessili per ottenere veli ed altri indumenti come avveniva un tempo, dal momento che prima la seta naturale poi quelle artificiali e le tante altre fibre prodotte dalla Chimica di cui i manifatturieri dispongono oggi, probabilmente lo sconsiglierebbero sul piano dei costi d’impresa, quantunque qualcuno parli di “prodotto di nicchia” (!?). Nella rivista Newton dello scorso febbraio è apparsa la notizia che gli scienziati della National Science Foundation (NSF) hanno testato l’incredibile potere adesivo del bisso di cozza, capace di attaccarsi anche a superfici di teflon, sfidandone la caratteristica antiaderenza. Del resto nei laboratori del Talassografico anche noi (chi scrive ed il collega N. De Lisi) avevamo fatto una serie di osservazioni di adesione dei mitili a lastre di vetro... Sembra ammissibile che i mitili catturino dall’acqua marina il ferro sotto forma di ioni per impiegarlo come legante delle fibre di bisso. Il meccanismo di produzione di tali fibre è il secreto di una ghiandola posta alla base del piede dell’animale, che a contatto con l’acqua marina prende consistenza filamentosa. Da altre più recenti osservazioni abbiamo potuto inoltre constatare che ancor più tenace del bisso delle cozze nere è quello delle cozze pelose. L’articolo della Newton si conclude dicendo che “Le caratteristiche della colla dei mitili la rendono adatta a numerosissime applicazioni: dalle suture chirurgiche alla creazione di nuovi biomateriali più plastici e più resistenti”. Con simili prospettive, possiamo allora legittimamente pensare a nuovi utilizzi del bisso di Pinna nobilis nell’ambito del differenziato ed innovativo settore dei “biomateriali”? Si tratta allora di orientamenti mirati che guardino a future prospettive piuttosto che attaccarsi ad antiche ragnatele. Si dovrebbero pertanto studiare i vari bissi dal punto di vista chimico, biochimico, fisico per ben capire la loro struttura e resistenza sia meccanica che ad ogni azione di digestione chimica ed enzimatica, etc. etc.
N.B.- il presente articolo è apparso in Voce del Popolo del marzo u.s. in forma più ridotta e non corredato dalle immagini ora allegate.




Fig. 1, 2, 3, 4-Gli esperimenti condotti al Talassografico di Taranto sulle modalità di fissazione del mitilo a lastre di vetro: le tracce lasciate dai mitili sono state evidenziate usando il colorante “Blu di bromofenolo”. I mitili provenivano dalla zona Selene-Sabbione di Mar Grande.
Le ricerche di A. Cerruti riferite all’allevamento di Pinna nobilis L. Michele Pastore
Gli esperimenti di A. Cerruti sull’allevamento di Pinna nobilis L. iniziarono nell’ottobre 1937
e proseguirono fino al settembre 1939.
I risultati furono divulgati con due pubblicazioni :
-Cerruti, A., 1937- Primi esperimenti di allevamento della Pinna “Pinna nobilis L.” nel Mar Piccolo di Taranto. La Ric. Scient., II, I: 7-8.
- Cerruti, A., 1939- Ulteriori notizie sull’allevamento della “Pinna nobilis L.” nel Mar Piccolo di Taranto. La Ric. Scient., XVIII: 1110-1121.
Gli esperimenti consistevano nella raccolta di piccolissimi soggetti insediati su collettori appositamente preparati con gusci d’ostrica e successiva collocazione a dimora in cassette di legno ripiene di sabbia mista a ghiaietta o residui di altre conchiglie allo scopo di seguirne lo sviluppo. Tale tipo di substrato utilizzato nella preparazione delle cassette era in qualche modo quello che il Nostro aveva osservato in ambiente marino nei luoghi ove crescevano naturalmente le pinne. D’altro canto Cerruti aveva osservato che il miglior bisso veniva prodotto dalle pinne inserite in tale tipo di sedimento mentre un bisso più corto e più fragile veniva prodotto dalle pinne inserite in un sedimento di sola sabbia fine.
Le stesse cassette venivano poi sospese a poca profondità (5-6 m), tra i pali di un impianto nell’ambito della zona sperimentale di Mar Piccolo annessa al Laboratorio.
In ogni cassetta venivano collocati in media 50 soggetti di lunghezza della conchiglia compresa tra 30 e 70 mm e, stante l’accrescimento piuttosto rapido (in media 0,63 mm/giorno), veniva effettuato dopo qualche mese un trapianto dei soggetti in cassette di maggiori dimensioni e con minor affollamento.
Cerruti osservava che l’accrescimento di una pinna, non disturbata nel suo accrescimento, raggiungeva in un anno la lunghezza di 220-250 mm ed una di 18 mesi raggiungeva nello stesso arco di tempo quella di 330-360 mm.
Osservazioni di un certo rilievo l’Autore aveva poi fatto sulla capacità rigenerativa del bisso da parte delle pinne alle quali il prezioso elemento fosse stato asportato con cura. Così era possibile asportare il bisso da uno stesso soggetto anche tre volte in un anno.
A complemento delle ricerche sperimentali, preconizzando una possibile pinnicoltura finalizzata a ricavare il bisso, per le necessarie manipolazioni direttamente sui fondali marini idonei allo scopo, Cerruti si era anche fatto preparare sulla scorta di un proprio progetto, uno strumento utile alla pesca delle pinne, dalla barca, senza danneggiarle e soprattutto al loro reimpianto, una volta che se ne fosse asportato il bisso, apportando adeguate e più funzionali modifiche al përnuènghëlë, l’antico attrezzo usato dai pescatori tarantini.
Gli esperimenti di Cerruti non vennero ripresi nel dopo-guerra. Ne ignoriamo le cause. Tuttavia da quanto riferisce Egli stesso oggettive difficoltà aveva avuto negli esperimenti condotti, vuoi per l’elevato costo delle cassette e la necessità di dotarsi di una sostanziale scorta di esse, stante il veloce deterioramento del legno per attacco delle teredini; vuoi per le perdite di cassette dovute talora alle condizioni avverse del mare, talora a sottrazione da parte di ignoti...(atti di sabotaggio?).
Ciò non di meno oggi, disponendo di un adeguato numero di riproduttori, di più moderne attrezzature e mezzi di controllo, la ricerca di Cerruti potrebbe essere ripresa e portare a risultati concreti, qualunque voglia essere l’obiettivo da raggiungere: il bisso per la tessitura di prodotti di lusso ovvero per la preparazione di nuovi biomateriali per applicazioni differenti.
Generale
- Home
- Chi siamo
- Eventi
- Bisso (Emidio Campi)
- Bisso (Sergio Flore)
- Bisso (Michele Pastore)
- Bisso (Cosimo Sebastio)
- Chiara Vigo
- Evangelina Campi
- Antonella Galiuto
- Il Velo di Manoppello
- Pinna nobilis (Nicola Ungaro)
- L'eredita' di Chiara Vigo
- Conclusioni Emanuele Greco

