Riflessioni conclusive

Sono grato a Lilly Galiuto per avermi inviato i testi che compongono questo libro permettendomene, così, una lettura in anteprima, in cambio di due parole di conclusione che, come presto si vedrà, risulteranno ampiamente inadeguate ad illustrarne i pregi ed a valorizzarne la ricchezza.

 La produzione del bisso tarantino è un problema di grandissimo fascino, per tutta una serie di ragioni che è facile scorgere nelle pieghe dei linguaggi in cui si articola il libro, da quello tecnico-scientifico, che in me non competente, ha provocato la gioia della scoperta dell’esploratore che viene introdotto in un mondo a lui sconosciuto da una guida esperta che gli comunica il piacere di capire subito anche gli aspetti tecnici apparentemente più oscuri, sino alla storia del problema ed alla ‘riscoperta’ sollecitata dalla curiosità di un’insegnante ed alla allegra (confortante) corrispondenza dei suoi giovani allievi.

E poi che dire della figura di Chiara Vigo, vera plaque tournante di tutto il libro, testimonianza vivente di un sapere antico di inestimabile valore documentario, senza contare gli aspetti umani e psicologici di questa donna colta, che mette la sua intelligenza intellettuale nel recupero di una gestualità antica connessa con una pratica manuale? Come tutte le ricostruzioni storiche che si pongano come problema la nascita, lo sviluppo e la diffusione di una scoperta o di una tecnica artigianale, osservatorio di prima grandezza non solo per spiegare il continuo rapporto tra uomo e natura, ma anche gli esiti culturali scaturiti da questo rapporto e generati da una serie incredibile di bisogni, da quelli elementari della pura sopravvivenza sino alla produzione di beni di consumo o di lusso, non è facile tracciare una linea di sviluppo continua e coerente, al di là delle innumerevoli congetture (verso le quali occorre mantenere un atteggiamento prudente ).

 Se si parte dalla nozione pura e semplice, il bisso (in greco bússos, latino byssus) indica un prodotto finito, un tessuto, indipendentemente dalla materia di cui è composto. Dalla non vastissima letteratura antica, traiamo qualche esempio, senza pretesa di completezza. Uno dei luoghi più celebri è la (per noi) terrificante descrizione che Erodoto (II, 86) fa del funerale egiziano e della pratica della mummificazione.

Al termine delle complesse operazioni, il corpo mummificato viene avvolto nella sindone di bisso, la sindone, cioè il lenzuolo, di bisso. Qui, senza ombra di dubbio si fa riferimento ad un lenzuolo di lino, anche perché se ne ricava la prova dalle numerose mummie riportate alla luce con gli scavi. Meno esplicito, anche se alla fine pur sempre di lino si deve esser trattato, è il racconto di Diodoro Siculo (I, 85) relativo al mito di Osiride. Iside ne raccoglie le membra e le colloca in un bue di legno coperto di bisso (dal bue la città, oltre al dio, prenderà il nome di Busiride). Nell’età di Augusto, Strabone, storico e geografo, viaggiatore ma anche esploratore del mondo attraverso i libri ed i racconti altrui che poté leggere durante il suo lungo soggiorno alla Biblioteca di Alessandria, nel celebre Museo, citando Nearco parla (XV,1, 20= C694) della natura favolosa dell’India e dei prodotti che se ne ricavano. Il riferimento al bisso è abbastanza chiaro: si tratta di un specie di seta che si ricava dalle cortecce di certi alberi. Quanto alla pinna nobilis, quest’ultima era certamente ben conosciuta da tempo, come mostrerbbe il (quasi) puntuale riferimento che ne fa Aristotele nella Storia degli Animali (IV,6), citando un mitile fornito di una specie di barba intorno. Ma, comunque, restiamo nel vago e, fino all’età moderna, non sembrano sussistere prove della utilizzazione artigianale della lanapinna, termine che ho appreso leggendo le pagine sopra. Ma è sufficiente la mancanza di testi puntuali per escludere del tutto la pratica antica? Ora, a parte la confortante testimonianza della documentazione archeologica, pur perduta, che viene esibita nel catalogo di Basilea, credo che tutto quanto si apprende sulla complessa procedura di lavorazione artigianale, leggendo questo libro, suggerisca una risposta negativa. Non c’è che auspicare nuove ricerche e nuove scoperte

. Qualche considerazione si può, intanto, anche se entro certi limiti, avanzare, partendo dal bisso, se sono vere alcune assonanze con radici del nome vicine all’egiziano o al fenicio, non tanto sulla pratica di tessere i filamenti della pinna (come si è detto il termine bisso rimane ad un livello generico) quanto sulla ricchezza di questo Mare Interno, che è il Mediterraneo, nel quale agiscono, sin da epoca antichissima, navigatori provenienti dall’Oriente e diretti in Occidente, ma anche, e sempre più spesso, viceversa, nel quale si incontrano fenici, greci e siriaci nei porti dell’Egitto, di Cipro, della Sicilia dell’Italia Meridionale e della Sardegna e delle coste dell’Etruria e del Lazio, solo per citare alcuni esempi macroscopici, un meraviglioso crocevia di culture e di lingue, di scambi pacifici e di trasmissioni di esperienze e di saperi artigianali.

 Ma, quando un tarantino deve parlare di artigianato tessile della sua città (peraltro ben celebre per quello della lana, come tutti sanno) una città così intrecciata con le cose del mare da non avere certi bisogno di prove, una riflessione viene spontanea, a mo’ di conclusione, ripensando anche alla figura della Penelope di S. Antioco, che, tuttavia, non disfa le sue tele di notte! Il collegamento immediato è quello che viene di stabilire con un piccolo- grande poeta tarantino, Leonida. Perché Leonida, autore di poemetti e di epigrammi, poeta di corte presso i Macedoni, insomma poeta a pagamento, su commissione, come la grandissima parte dei poeti che lo hanno preceduto (si pensi a Pindaro, a Simonide, a Bacchilide etc.) assume per noi importanza in questo contesto? Perché il suo mondo, la incipiente età ellenistica, non è quello dei grandi uomini politici, dei condottieri e degli eroi, ma quello della povera gente, dei pescatori, delle filatrici, dei falegnami, il mondo degli artigiani, quello al quale, nonostante le modifiche impressionanti apportate dal tempo, a me giovinetto veniva di pensare passeggiando per la discesa del Vasto e la Marina, quando ancora si vedevano i pescatori tirare a secco le barche e tornare a casa portandosi i remi sulle spalle o sostare sul molo per riparare le reti.

 Ora provo a collocare nello stesso contesto, ma con la fantasia, non più con il vigile e asettico controllo della razionalità scientifica, la pesca della pinna e le mirabili manipolazioni delle sapienze artigianali racchiuse nelle mani di quell’umanità alla quale indirizzava i suoi versi l’antico poeta, cantore della dignità dei poveri, della gente umile: “O uomo, ricercando in te per quanto tu possa, giorno dopo giorno, rinvieni il tuo sostegno in una vita semplice” (Leonida VII, 472, vv.13 ss., trad.di M. Gigante)

    





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