
Molte volte gli eventi più significativi della nostra vita si sviluppano per la
più pura delle casualità. Così è avvenuto per il bisso, con il quale mi sono
casualmente imbattuta durante una visita didattica nel centro storico della
nostra Taranto, in compagnia dei miei giovani allievi.
Io vidi riaffiorare alla mente il ricordo della madre di mio marito, del suo
amatissimo cofanetto da ricamo in cui conservava, fra altri rocchetti di filo e
misteriosi attrezzi da lavoro, alcune piccole matasse di colore aureo; allora,lei era stata una delle rarissime
ricamatrici di bisso? Dovevo scoprirlo.
Leonarda Di Giuseppe Galiuto
Osservavo i miei alunni. Poche volte li avevo visti così spontaneamente
interessati ad un argomento.
Tante erano le domande rivolte a me ed io, con pazienza, assecondavo la inesauribile curiosità, tipica degli adolescenti.
" Ma davvero da una semplice "cozza" è possibile estrarre un filato così
prezioso?"
"Ci sono ancora questi mitili nel mare tarantino?"
"Professoressa, possiamo imparare anche noi a lavorare il bisso?"
La mia decisione fu immediata: dovevo realizzare un progetto di ricerca
operativa sul bisso che coinvolgesse i miei ragazzi, affinché essi potessero
trovare da soli le risposte che cercavano. Nella mia carriera di insegnante ho
sempre cercato di creare delle motivazioni all´apprendimento per i miei allievi,
in questo caso le motivazioni erano giunte in modo del tutto spontaneo, perché
non approfittarne? In questo modo nacque il progetto triennale intitolato:
"L´industria del bisso nella Taranto antica". Dal momento in cui presentai il
progetto ai ragazzi, essi e le loro famiglie accolsero l´idea con incredibile
entusiasmo e si misero subito al lavoro..........


Ancora una volta fu la casualità a venirmi in soccorso. Una cara amica, la
Signora Adriana Lattanzi, a conoscenza delle mie ricerche sul bisso, mi consegnò
una prestigiosa rivista ove era pubblicato un articolo su un´artigiana sarda
che era in grado di effettuare da sola l´intero procedimento di lavorazione del
bisso, dall´estrazione del bioccolo sino alla tessitura ed al ricamo. Mi
avventurai ulteriormente, insieme ai miei giovani allievi fra le incredibili
risorse di internet e lì scoprimmo che nelle "preziose mani" di Chiara Vigo
sopravviveva la tradizione della tessitura del Bisso dei Fenici e dei Caldei. Ci
colpirono le immagini di lei, definita geniale tessitrice, che sapeva prendere
dalle nacchere i bioccoli di fibra, o meglio, ciò che dal loro muco secreto a
contatto con l´acqua diventa fibroso, e come con delicato lavoro di mano,
riuscisse prima a cardarlo e poi, con un piccolo fuso di legno lo lavorasse fino
a farlo diventare un filamento. Ma più di ogni altra cosa, l´immagine del suo
viso, dai tratti marcatamente mediterranei ed intensi e quel suo sguardo, così
sognante e misterioso, mentre guardava il limpido mare di Sant´Antioco, ci
spinsero a scriverle. La risposta si fece attendere, ma quando ormai eravamo in
procinto di scoraggiarci, giunse una lettera, scritta personalmente dalla
signora Vigo, che commossa dall´entusiasmo dei giovani studenti, si offrì di
venire a Taranto per soddisfare il nostro desiderio di osservare dal vivo, le
varie operazioni di lavorazione del prezioso filato. La missiva che conservo
gelosamente, contiene tesori di saggezza ed è esempio di dignità e di fierezza.
Ne cito un piccolo pezzo:
"Tessere il Bisso non č, come sembra, far parte di una schiera di artigiani che elaborano tessuti e li vendono, ma come č sempre stato, significa avere la responsabilitą di conservare intatto un patrimonio gestuale che fa parte della storia dei propri avi e, di conseguenza avere la consapevolezza dell“importanza della conservazione, senza creare squilibri o distruzioni della natura
Organizzammo molto rapidamente il viaggio e Chiara, con la quale si instaurò un immediato feeling, fatto di stima e reciproco rispetto, giunse a Taranto in un assolato pomeriggio del Maggio del 2004 e fu gradita ospite nella mia casa per quattro intense, indimenticabili giornate, durante le quali stentavo a reggere il ritmo frenetico della sua incredibile vitalità. Sotto il braccio aveva un pacchetto ben imballato, che mi pregò di riporre in un posto sicuro, per poterlo mostrare agli alunni. Si trattava di un piccolo arazzo: su una campitura di lino c´era un leone alato di colore che sembrava bruno, quasi verdastro ma che se lo si guardava dall´angolo di rifrazione della luce non era più bruno, ma dorato. Quelle ali, simbolo di libertà e regalità mi affascinarono come Chiara, l´ultima tessitrice che resisteva nella strenua difesa del suo Bisso, tra vane promesse, tra delusioni e divieti in un mondo che privilegia progetti che abbiano finalità economiche Guardandola ed ascoltandola attentamente, mi resi conto della sua ricchezza spirituale, il flusso delle sue parole era paragonabile a quello di un fiume in piena. Nella mia casa era giunta una di quelle rare persone dotate di un carisma naturale, dal grande spessore morale, un vero Maestro , come Chiara ama definirsi, e pertanto, come tutti i grandi Maestri della storia, in grado di entrare in sintonia immediata con i discenti che imparano volentieri e senza alcuno sforzo.......

Chiara Vigo a Taranto sulla nave Clodia
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Ho ritenuto giusto impegnarmi in questo lavoro di ricerca, per conservare il ricordo di una attività apprezzabile sia per gli scopi che per i risultati ottenuti e ripongo la speranza che i miei alunni, insieme ad altri studenti e a tutti i cittadini, sviluppino i valori culturali del loro territorio al fine di trasmettere intatti ad altre generazioni, la tradizione del bisso marino a Taranto.